Negli ultimi 20 anni, la realtà di molte famiglie è cambiata radicalmente. Nuovi modelli di partenariato, tassi più elevati di divorzio, una maggiore mobilità professionale e il miglioramento del livello d’istruzione
delle donne hanno messo a dura prova la famiglia classica. Il modello tradizionale in cui il capofamiglia provvede al sostentamento dell’intero nucleo familiare ha fatto il suo tempo e non corrisponde più alla realtà. Eppure, ogni qualvolta vi è una separazione o un divorzio il modello riprende vita e viene a celebrare il suo triste ritorno, spesso a spese dei figli.
Non basta “dividere il tempo”
L’affido condiviso non è solo un’equa divisione di giorni e notti. È soprattutto un atteggiamento paritario di responsabilità. Significa informarsi a vicenda, rispettare le regole comuni, non delegittimare l’altro genitore davanti ai figli. E soprattutto, tenere sempre al centro i bisogni del bambino, non le reciproche ferite.
Flessibilità e continuità: le chiavi del successo
Ogni famiglia ha ritmi diversi. L’importante è che, anche se i figli cambiano casa, sentano stabilità. Come? Mantenendo routine coerenti (orari, regole, pasti, compiti), adattandole con flessibilità ai momenti speciali. Un affido condiviso ben gestito non è rigido, ma adattabile, rispettoso dei tempi di tutti, figli compresi.
Non si nasce “ex genitori”
Anche se il rapporto di coppia è finito, il ruolo genitoriale continua. Per far funzionare l’affido condiviso, serve un dialogo costruttivo e un modo neutro per gestire decisioni e imprevisti. Quando il dialogo è difficile, serve uno strumento che supporti senza giudicare.