In pratica, non sapeva spiegare come fosse stato calcolato, non conosceva il metodo utilizzato, semplicemente, glielo avevano detto.
La cosa può sembrare banale, ma in realtà tocca un problema molto più grande.
Quanto siamo ancora disposti a capire davvero ciò che ci viene proposto?
E quanto, invece, cerchiamo qualcuno che pensi al posto nostro?
Una volta si diceva: «L’ha detto il prete» poi: «L’ho letto sul giornale» poi ancora: «L’hanno detto alla televisione»
Oggi sempre più spesso sentiamo: «L’ho letto su Internet.» oppure: «L'ho chiesto a ChatGPT»
Cambiano gli strumenti, ma il rischio resta lo stesso; delegare il nostro giudizio.
Questo accade anche nelle separazioni.
- «Me l’ha detto l’avvocato.»
- «Lo ha deciso il curatore.»
- «Lo ha suggerito lo psicologo.»
- «Ho chiesto all’intelligenza artificiale e mi ha risposto così.»
Il problema non è chiedere consiglio. Sarebbe assurdo pensare di poter affrontare da soli ogni situazione complessa.
Rivolgersi a un professionista, cercare informazioni o utilizzare strumenti tecnologici può essere utile e, in alcuni casi, necessario.
Ma una risposta non diventa corretta soltanto perché arriva da qualcuno che consideriamo autorevole perchè ogni famiglia ha caratteristiche proprie.
Cambiano l’età dei figli, la loro sensibilità, i tempi di accudimento, le distanze, la situazione economica, il livello di conflitto e la capacità dei genitori di comunicare.
Una proposta valida in una situazione può rivelarsi completamente inadatta in un’altra.
ChatGPT può aiutare a comprendere una norma, ordinare un pensiero, preparare una domanda o confrontare diverse possibilità ma non conosce automaticamente tutta la realtà, conosce soltanto ciò che gli viene raccontato.
E spesso ciò che gli viene raccontato rappresenta una parte della situazione, vista da una sola prospettiva.
Questo vale anche per i professionisti
Non perché non siano competenti, ma perché nessuno può valutare correttamente una situazione senza informazioni sufficienti, senza confronto e senza verificare gli effetti delle proposte formulate.
Per questo ritengo importanti alcune domande.
- Su quali elementi si basa questa indicazione?
- Quale obiettivo vuole raggiungere?
- Quali alternative sono state considerate?
- Che effetto potrebbe avere sui figli?
- Come verificheremo se sta funzionando?
Fare queste domande non significa contestare tutto ma significa assumersi la propria responsabilità.
Un professionista competente non dovrebbe temere le domande.
Dovrebbe aiutare le persone a comprendere il percorso, spiegare il metodo utilizzato e accettare che una strategia possa essere verificata e, se necessario, modificata.
Lo stesso vale per i genitori
Non possiamo limitarci a dire: «Ho fatto così perché me l’hanno detto.»
Dobbiamo poter comprendere ciò che stiamo facendo, osservare gli effetti sui nostri figli e avere il coraggio di rimettere in discussione una scelta quando non produce il risultato atteso.
AGNA crede nella separazione collaborativa anche per questo
Il lavoro di rete non serve a sostituire il pensiero dei genitori con quello dei professionisti ma serve a mettere insieme esperienze, competenze e punti di vista diversi, affinché le decisioni siano più consapevoli e più vicine alla realtà della famiglia.
Non tutto ciò che ci viene consigliato è sbagliato ma non tutto è giusto soltanto perché qualcuno lo ha detto. Le indicazioni vanno comprese, le strategie vanno messe alla prova i risultati vanno osservati.
E quando la realtà ci dimostra che qualcosa non funziona, occorre avere l’onestà di correggere il percorso. Perché possiamo affidarci a un avvocato, a un curatore, a un pedagogista o all’intelligenza artificiale, ma la responsabilità di pensare, comprendere e proteggere i nostri figli resta nostra.
Buona domenica da AGNA.