Forse perché in quei momenti non c’è pressione non ci si guarda necessariamente negli occhi, non c’è una domanda importante alla quale bisogna rispondere.
Si sta semplicemente andando da qualche parte.
E proprio allora può arrivare una frase che non ci aspettavamo, una cosa successa a scuola, un’amicizia che sta cambiando, una preoccupazione che trovano il coraggio di condividere.
Qualcosa che magari nostro figlio non avrebbe raccontato se gli avessimo chiesto direttamente: “C’è qualcosa che non va?”
Ma c’è anche un’altra cosa che ho imparato accompagnando spesso i miei figli, soprattutto a scuola.
Non sempre, quando sono seduti accanto a noi in auto, sono davvero “lì” con noi.
Con la testa magari sono già a quello che li aspetta, a chi incontreranno, a una verifica per la quale non si sentono abbastanza preparati.
A pensieri ed emozioni che, in quel momento, è giusto rimangano semplicemente loro.
Per molto tempo ho pensato che fosse utile rompere quel silenzio. fare una domanda, iniziare un discorso per provare a creare conversazione.
Poi ho capito che, quella domanda li infastidiva. Non perché non volessero stare con me ma perché in quel momento avevano bisogno di stare un po’ con i propri pensieri, anche il silenzio può essere una forma di presenza.
Essere lì, accompagnarli senza chiedere necessariamente qualcosa.
Per capire se c’è davvero qualcosa che nostro figlio ha voglia di raccontare, è meglio aspettare che sia lui o lei a cominciare. Perché quando parto io, spesso finisco inevitabilmente per parlare di cose che interessano soprattutto a me pensando che possano interessare anche a loro.
E qualche volta è davvero così, ma non sempre. Quando invece arriva una frase spontanea, anche piccola, quella può essere la porta giusta. E a quel momento, secondo me, conta soprattutto una cosa:
Ascoltare, senza giudicare troppo in fretta.
Senza trasformare subito quello che ci raccontano in un consiglio e senza cercare immediatamente una soluzione.
Posso certamente dire come la vedo io ma cerco di chiarire che è il mio punto di vista, non la verità assoluta. E soprattutto provo a far passare un altro messaggio:
“Io la vedo così. Ma sono curioso di capire come la vedi tu.”
La conversazione si trasforma, non è più un adulto che spiega a un figlio come stanno le cose ma sono due persone che provano a capirsi meglio.
Nelle famiglie separate questi tempi di passaggio possono avere un valore ancora maggiore perché spesso gli spostamenti diventano soprattutto logistica, chi accompagna, chi va a prendere, a che ora, dove. Tutto necessario ma dentro questi spostamenti ci sono anche minuti nei quali siamo soli con i nostri figli.
E forse vale la pena non riempire sempre quei momenti; evitare il telefono, almeno il nostro e non necessariamente accendere la radio.
Mi capita spesso che siano loro a collegare il telefono alla macchina e a mettere le proprie playlist. Anche questa può diventare una bella occasione, per ascoltare la musica che scelgono, scoprire artisti che non conosciamo. Capire qualcosa in più dei loro gusti e, perché no, lasciarci sorprendere.
Non è una conversazione nel senso classico del termine ma è comunque un modo per entrare un po’ nel loro mondo, senza forzarlo.
Perché il valore di quei minuti non sta necessariamente nella conversazione importante che riusciremo ad avere. Sta nel fatto che nostro figlio possa sentire che c’è uno spazio nel quale può parlare, se vuole e che può anche stare in silenzio.
A volte cerchiamo il momento giusto per parlare con i nostri figli, ma forse il momento giusto è proprio quello che non avevamo programmato, quello nel quale non dobbiamo arrivare a nessuna conclusione.
Stiamo solo andando da qualche parte insieme.
Buona domenica da AGNA.