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Se vediamo solo quello che conferma ciò che pensiamo

Se vediamo solo quello che conferma ciò che pensiamo

Buongiorno Visitatore ‍, questa è 500 parole di AGNA, la newsletter in cui ogni settimana condivido idee, storie e strategie sviluppate negli anni nel sostenere le famiglie in separazione e divorzio, per il bene dei loro figli. 

AGNA Associazione genitori nell'accudimento

Associazione genitori
nell'accudimento‍

500 parole di agna

tempo di lettura: 5 minuti

19 Agosto 2026 ‍‍

La newsletter di oggi nasce da una riflessione, che curiosamente, arriva da un ambito che apparentemente ha poco a che vedere con la separazione.

Oltre al lavoro con AGNA, mi occupo anche di sviluppo informatico.

E proprio lavorando su sistemi di calcolo e sull’elaborazione dei dati mi sono trovato ad affrontare il tema dei bias: distorsioni che possono influenzare un risultato perché i dati utilizzati, il metodo scelto o le ipotesi di partenza non rappresentano correttamente tutta la realtà.

Un calcolo può essere matematicamente perfetto, ma se i dati di partenza sono incompleti o selezionati male, il risultato può comunque portarci nella direzione sbagliata. Da informatico la cosa è abbastanza evidente, se introduciamo nel sistema informazioni distorte, anche il risultato rischia di esserlo.

Poi mi sono fatto una domanda. Accade, qualcosa di simile, anche nel nostro modo di pensare?

E quindi, quanto spesso può accadere anche durante un percorso di separazione?

Anche noi raccogliamo continuamente informazioni, osserviamo un comportamento, ascoltiamo una frase, ricordiamo un episodio.

Cerchiamo di capire perché l’altro genitore abbia fatto una determinata cosa, ma non elaboriamo queste informazioni in modo completamente neutro. Le interpretiamo attraverso ciò che abbiamo vissuto, ciò che temiamo e ciò che già pensiamo dell’altra persona.

Ed è qui che entrano in gioco i bias cognitivi

Durante una separazione possiamo, per esempio, convincerci che «Lui non si interessa veramente dei figli.»,  oppure che «Lei vuole escludermi.»

Da quel momento rischiamo di iniziare a leggere ogni nuovo episodio attraverso quella convinzione.

  • Se l’altro arriva dieci minuti in ritardo, diventa la conferma che è irresponsabile.
  • Se non risponde immediatamente a un messaggio, conferma che non vuole collaborare.
  • Se il bambino torna triste, possiamo pensare immediatamente che sia successo qualcosa quando era con l’altro genitore.

Ma siamo sicuri che quella sia l’unica spiegazione possibile?

Uno dei bias più conosciuti è proprio il bias di conferma, cioè tendiamo a notare, ricordare e valorizzare soprattutto ciò che conferma quello che pensiamo già.

Il resto rischiamo quasi di non vederlo, e durante una separazione questo meccanismo può diventare particolarmente forte, perché ai fatti si aggiungono emozioni come rabbia, paura, dolore, delusione e sfiducia.

Il bias non riguarda soltanto i genitori

Anche un avvocato riceve inizialmente la storia attraverso il racconto del proprio cliente. Un curatore o un professionista può sviluppare nel tempo una propria interpretazione della situazione.

E anche chi è chiamato a prendere una decisione, compreso un giudice, pur disponendo di esperienza, formazione e procedure pensate proprio per garantire imparzialità, resta una persona e quindi non è magicamente immune dai meccanismi cognitivi che appartengono a tutti noi.

Dire questo non significa mettere in discussione la professionalità di qualcuno ma al contrario significa comprendere perché servono metodo, confronto e verifica.

Forse dovremmo imparare tutti, ogni tanto, a fermarci e chiederci:

  • Sto cercando di capire quello che è successo oppure sto cercando la conferma di ciò che penso già?
  • Quali fatti potrebbero mettere in discussione la mia interpretazione?
  • Ho ascoltato anche una spiegazione diversa?
  • Sto distinguendo ciò che so da ciò che suppongo?

E una domanda ancora più scomoda:

  • Se lo stesso comportamento fosse partito da me, lo giudicherei nello stesso modo?

Il problema non è avere una convinzione, è normale averne. Il problema nasce quando smettiamo di metterla alla prova, di verificarla.

È uno dei motivi per cui AGNA insiste tanto sul lavoro di rete e sulla separazione collaborativa.

Un avvocato può vedere un aspetto, un pedagogista un altro e uno psicologo può coglierne un altro ancora. I genitori possiedono informazioni e conoscenze dei propri figli che nessun professionista potrà avere nello stesso modo.

Mettere insieme punti di vista differenti non significa pensare che tutte le interpretazioni abbiano necessariamente lo stesso valore. Significa ridurre il rischio che una sola lettura della situazione diventi automaticamente la realtà.

In informatica abbiamo imparato da tempo una cosa molto semplice, che un risultato va sempre letto anche alla luce dei dati e del metodo che lo hanno prodotto. Forse dovremmo ricordarcelo un po’ più spesso anche quando parliamo delle nostre famiglie. «Io la vedo così.» Può essere una convinzione legittima ma aggiungere «ma potrei non avere tutti gli elementi.» può essere l’inizio di qualcosa di molto più utile.

Soprattutto quando in mezzo ci sono i nostri figli.

Buona domenica da AGNA.


Se ci sono altri temi di cui vuoi che parliamo, non esitare a contattarmi e a farmi sapere di cosa si tratta.‍


Rudy Novena - Direttore - AGNAinfo@agna.ch | www.agna.ch


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